martedì 14 maggio 2013

Capitolo 83 La Vigilia di Natale


Capitolo 83   La vigilia di Natale



Edward



Era la Vigilia di Natale e quella mattina finalmente avevo avuto il permesso di uscire dall'Ospedale.

Insieme a papà che aveva ottenuto qualche giorno di ferie eravamo sulla via del ritorno.

Ero felice ma anche teso e preoccupato.

Passata l'euforia del momento, i dubbi erano tornati ad assalirmi.

Tornare a casa voleva dire affrontare i miei incubi, affrontare tutto il castello di silenzi costruito in quegli anni.

Gli avvenimenti si erano succeduti talmente veloci che praticamente non avevo più affrontato i miei fantasmi e i miei familiari dal giorno in cui avevo confessato loro i miei problemi.

Oh, certamente ci eravamo visti in ospedale, durante l'orario di ricevimento erano venuti tutti sempre e avevo scherzato e riso, ma ora sarebbe stato diverso.

Adesso mi aspettava la vita vera e soprattutto speravo mi aspettasse Bella.

Era venuta anche lei in ospedale a trovarmi ma c'era sempre qualcuno della mia famiglia e più di qualche sorriso non avevamo potuto scambiarci.

Ero nervoso e teso come una corda di violino e quando mi trovai davanti alla porta di casa chiusa per un attimo ebbi la tentazione di fuggire lontano.

Lo avevo fatto tante volte di scappare, che ne avevo perso il conto, ma adesso sapevo di non poter più permettermelo.

Ero fermo, immobile a fissarla, a fissare quella che mi sembrava una barriera invalicabile.

Papà stava tirando fuori dal bagagliaio la valigia contenente tutto ciò che avevo con me in ospedale e quando mi vide fermo e rigido mi posò un braccio sulla spalle stringendomi a se.

Non aver paura Edward. Quella porta è solo l'ultima barriera da abbattere, l'unica cosa che ti separa dalla vita che avresti dovuto vivere fin da subito, l'ultimo ostacolo alla tua felicità” mi disse guardandomi con gli occhi colmi di speranza.

Feci un passo e mi fermai. I fiocchi di neve, che avevano iniziato a scendere quella mattina e che avevano spezzato il clima mite di questi ultimi giorni di Dicembre, cadevano radi e leggiadri sui pochi metri che mi dividevano da casa rendendo quella distesa bianca e immacolata, lunga e pericolosa ai miei occhi e soprattutto al mio cuore.

Tenevo Tigro stretto al petto, mi stavo ancora una volta attaccando a lui, cercavo di trovare il coraggio per affrontare quello che al mio cervello sembrava un baratro profondo.

E poi...

Poi la porta si aprì e mia mamma ne uscì sorridente seguita dagli altri.

Dalla porta lasciata aperta s'intravedeva il chiaro del caminetto che allegro stava rischiarando la stanza con le sue fiamme calde e conosciute. Sullo sfondo il grossissimo albero di Natale pieno di palline colorate proprio come quelle che aveva desiderato a lungo la mia mamma e sotto tantissimi pacchi e pacchetti.

Per un attimo mi sentii perso. Erano tutti lì fuori ad accogliermi, Jasper ed Emmett avevano un buffissimo cappellino colorato in testa e Rosalie la testa piena di coriandoli colorati.

La mia gemella con un cerchietto con sopra due orecchie d'alce mi guardava con gli occhi adoranti come se non mi avesse mai visto, mentre le braccia calde e conosciute di Esme mi avvolgevano sciogliendo il ghiaccio che fino a poco prima ricopriva il mio cuore.

Bentornato Edward. Bentornato figliolo. Vieni c'è un Natale da festeggiare” mi disse dandomi un bacino sulla guancia.

Spinto da mio padre che non aveva mollato le mie spalle e con mia madre a darmi la mano, circondato dai miei fratelli che sprizzavano allegria e colore varcai la soglia di casa.

Mi sentivo strano, emozionato e avevo una voglia matta di piangere e lavare via le mie paure.

Ma mi sforzai di non farlo avevo paura che non capissero, che non comprendessero che sarebbero state lacrime di gioia.

Mi guardai intorno. Tutto era addobbato in maniera perfetta, la tavola già imbandita per il pranzo di Natale e... e in fondo alla sala in piedi in un angolo Bella mi stava aspettando con le guance rosse e gli occhi velati da un velo di pianto che cercava di nascondere proprio come me.

Avanzai piano e mi abbracciai i miei fratelli che uno per volta vennero a darmi il benvenuto.

Tra pacche sulle spalle, stette di mano, il calore del loro affetto rischiò di farmi crollare.

Ultima ma non ultima nel mio cuore, Alice mi strinse forte a se. “Bentornato Edward. Benvenuto a casa fratellino” mi disse con la voce rotta dall'emozione. Poi si staccò, si asciugò una lacrima sfuggita dagli occhi e mi guardò raggiante “Vai da Bella.” mi mormorò facendomi l'occhietto.

Scoppiai a ridere e le strappai le orecchie da alce dalla testa “Ma non ti vergogni alla tua età?” le dissi tirandole a Jasper fra le risate generali della famiglia.

Per fortuna iniziarono subito a battibeccarsi fra di loro, con Alice e Jasper che giocavano a rincorrersi neanche fossero bambini piccoli.

Mio padre e mia madre sparirono in cucina a preparare gli ultimi dettagli ed io ne approfittai per avvicinarmi a Bella sperando di passare inosservato grazie al diversivo creato.



Ero nuovamente teso e nervoso. Lei mi aspettava in piedi mordicchiandosi le labbra, nervosa a sua volta.

Quando le fui a pochi passi cercai i suoi occhi. Non sapevo come comportarmi, non avevo idea di che dirle.

Non avevo mai avuto una ragazza e neanche qualcosa di lontanamente simile. Non sapevo cosa bisognasse dire o fare, ma ero certo che toccasse a me rompere quel silenzio imbarazzato.

Lei mi guardò con gli occhi che brillavano di gioia e poi... poi si buttò fra le mie braccia spezzando il muro che la mia insicurezza stava nuovamente costruendo per tenerla lontana.

Accoglierla contro il mio corpo fu una sensazione meravigliosa e strana nel contempo.

Ero abituato a cercare rifugio nelle braccia degli altri, a cercare riparo non accogliere le altre persone.

Abituato ad avere paura, abituato a scappare per la prima volta mi trovai a proteggere e consolare.

Fino a pochi giorni prima sarei scappato di fronte alla sua irruenza, al contatto con il suo corpo morbido e caldo, adesso invece abbassai la testa posando la mia guancia sui suoi capelli, la strinsi forte e chiusi gli occhi aspirando il suo odore.

Sapeva di buono ma più ancora sapeva d'amore.

Restammo in silenzio abbracciati in un angolo a lungo senza dire una parola, senza avere il coraggio di staccarci, beandoci di quel contatto fisico che a lungo avevamo entrambi sognato e a lungo avevo rifiutato per paura.

Ma non volevo pensare a quello, non volevo iniziare a preoccuparmi di come sarebbero andate le cose, volevo solo sentirla vicino, volevo solo sentirmi amato e cosciente di poterla ricambiare come un vero ragazzo.

La mia famiglia ci lasciò fare. Nessuno venne a interrompere quel momento magico, solo lo sguardo dei miei genitori mi fece capire che erano emozionati per me. Solo la fuga di mia madre in cucina con il grembiule premuto sugli occhi mi fece capire quanto a lungo anche loro avevano sperato di poter vedere quella scena.



A rompere il momento magico fu la porta di casa. Con un leggero scricchiolio si aprii lasciando entrare Charlie.

Come al solito era vestito sportivo con il cappellino da baseball in testa e come al solito fu accolto con baci e abbracci dalla mia famiglia.

Bella si stacco da me appena con un sorriso incerto e preoccupato mentre le sue guance diventavano rosse proprio come le mie.

Charlie salutò tutti, si guardò intorno e ci vide vicini. I suoi occhi attenti da poliziotto misero subito a fuoco le nostre espressioni imbarazzate, i nostri occhi lucidi e le mani rimaste attorcigliate le une con le altre.

Fece un sospiro e ci sorrise ”Bentornato Edward.” mi disse, poi scantonò velocemente in cucina. Sembrava fosse fuggito!

Per un attimo non capii. Non sembrava arrabbiato per averci visti vicini ma allora perché si era subito allontanato?

Fu con una risatina che finalmente ci arrivai. Era la forza dell'abitudine. Era tanto abituato ad essere trattato freddamente da me, tanto abituato a dovermi girare al largo, a sapere che in qualche modo lo temevo, che stava continuando ad evitarmi.

Mi chinai verso Bella e le posai un bacetto timido sui capelli. Mi sentivo a disagio per la situazione oltre che osservato dai miei fratelli.

Devo fare una cosa” le mormorai lasciandole poi le mani “Torno subito” aggiunsi poi sorridendole.

Cercando di mostrarmi tranquillo e disinvolto mi avviai alla cucina mettendo dentro la testa.

Charlie si stava bevendo la prima birra della giornata mentre mio padre abbracciava mia madre che stava cercando di trattenere inutilmente le lacrime.

Quando mi videro mi fissarono tutti e tre come se li avessi trovati a rubare la marmellata.

Non dissi nulla solo andai ad abbracciare mia mamma “Ti voglio bene mamma” le dissi lasciando che mi stringesse a se ancora una volta.

Mi faceva effetto. Lei aveva sempre combattuto, si era sempre dimostrata forte e adesso finalmente si era concessa di rilassarsi.

Mio padre mi sorrise riconoscente e mi guardò negli occhi. Non so come ma riusciva sempre a capire quello che mi frullava per la testa e dopo avermi fatto un cenno d'assenso prese mia madre, il vassoio con gli antipasti ed usci nella sala.

Rimanemmo insieme io e Charlie. Per un attimo abbassai la testa, imbarazzato poi mi feci coraggio e cercai i suoi occhi.

Anche lui era nervoso. Non sapeva cosa dirmi ma io invece lo sapevo perfettamente.

Charlie volevo ringraziarti e scusarmi” iniziai timidamente. Lui strabuzzò gli occhi e mi sorrise facendo segno di no con la testa.

E invece si. Hai sempre cercato di aiutarmi ed io ti ho ripagato con la diffidenza. Mi spiace” soffiai fuori mordendomi le labbra.

Edward. Non dire stupidate. Hai sempre avuto paura della divisa non di me. Ti sei fidato nella foresta. Ricordi?” mi chiese in maniera retorica. “Non c'è nulla da perdonare. Almeno fino ad adesso” riprese sorridendo e facendomi l'occhiolino.

Divenni rosso. Era chiaro che stava alludendo a Bella.

Ascolta Edward. So che sei un bravo ragazzo e che le vuoi bene. Cerca di ... Insomma io... Bhe hai capito vero?” finii la frase arrossendo imbarazzato.



Per un attimo rimasi interdetto cercando di capire poi diventando ancora più rosso gli risposi “L'amo Zio Charlie. E ti prometto che non le farò mai del male” conclusi abbassando gli occhi intimorito.

Lo so ragazzo. Lo so… Altrimenti non ti permetterei di starle vicino” mi rispose, poi mi guardò storto “E' la prima volta che mi chiami Zio ” constatò tirandosi un baffo con un gran sorriso “E sono felice, ma per favore aspetta ancora un po' prima di chiamarmi papà” aggiunse con una risata imbarazzata. Poi repentino si avvicinò e mi strinse a se, abbattendo l'ultima barriera che ci divideva.

Sono felice per te Edward. Immensamente felice. ” aggiunse mentre la voce di mia madre ci reclamava a mangiare.


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